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Mille chilometri da lei


di MrLucignolo
07.05.2026    |    3.031    |    0 9.8
"Continuai a guidare ancora per qualche chilometro, finché vidi una stradina stretta che si infilava nel bosco..."
Tutto quanto si racconta è frutto di una storia realmente accaduta.
La settimana bianca doveva essere soltanto una vacanza tra amici: io e Peppe, neve, sci, risate e qualche speranza di incontrare anche qualcosa di più. Ma già dai primi giorni, tra gli ospiti dell’hotel, fu impossibile non notare lei.
Una donna bionda, poco più che quarantenne, elegante in ogni gesto, con un fascino discreto ma devastante. Era sempre accompagnata dal marito e dal figlio, eppure io non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle sue forme, dal modo in cui si muoveva, dalla classe naturale che emanava senza nemmeno provarci. Mi ci intrippai subito.
Passavano i giorni e non capitava mai l’occasione di vederla sola. Sempre il marito accanto, sempre circondata dalla famiglia. Quando ormai avevo perso ogni speranza di riuscire almeno a parlarle, il destino decise di concedermi un’occasione.
Incrociai sulle piste il marito e il figlio. Solo loro.
E lei?
Senza pensarci troppo rientrai di corsa in hotel. Entrai nella hall ancora col fiatone e la trovai lì, seduta da sola su una poltrona, intenta a leggere un libro. Sembrava quasi irreale. Come se mi stesse aspettando.
“Vai, è il momento”, mi dissi.
Mi avvicinai con la più banale e stupida delle scuse, ma lei, con una leggerezza disarmante, stette subito al gioco. Cominciammo a parlare. Ci presentammo. In quei pochi minuti riuscii a scoprire solo poche cose: il nome, il fatto che lavorasse presso il comune della città in cui viveva… e poco altro. Ma bastò.
Ci salutammo poco dopo. Di lì a qualche ora saremmo ripartiti entrambi e razionalmente sapevo che probabilmente non l’avrei mai più rivista. Eppure il pensiero di lei iniziò a diventare un’ossessione dolce e continua.
Il ritorno a casa e al lavoro mi riportò nella quotidianità, ma con un pensiero fisso in testa: ritrovarla.
Avevo soltanto il suo nome e il posto dove lavorava. I social inizialmente non mi aiutarono. Così decisi di tentare il tutto per tutto.
Chiamai il centralino del comune.
«Buongiorno, sono l’avvocato Claudio XXXX… credo di aver dimenticato un documento sulla scrivania della dottoressa… non ricordo il cognome, ma il nome è Carla. Potete aiutarmi?»
La fortuna, quella volta, decise di stare dalla mia parte. Le impiegate con quel nome erano soltanto due. Trovarla sui social fu semplice.
Bingo.
Le scrissi. All’inizio lei rimase diffidente, quasi sorpresa da quella ricerca ostinata. Ma piano piano abbassò le difese. Cominciammo a sentirci sempre più spesso: prima qualche messaggio sui social, poi le telefonate, sempre più lunghe, sempre più intime. Giorno dopo giorno cresceva tra noi qualcosa che nessuno dei due riusciva più a ignorare.
Anche per lei iniziò a nascere il desiderio di incontrarmi davvero.
I mille chilometri che ci separavano erano un ostacolo enorme, ma non abbastanza da fermarmi.
Così una mattina presi un volo per Roma, noleggiai un’auto e mi misi in viaggio verso di lei.
Quando arrivai nel suo ufficio, la trovai seduta dietro la scrivania. Bellissima.
Rimanemmo a guardarci per alcuni secondi che sembrarono eterni. Nessuno dei due parlava. Tutto quello che ci eravamo detti per mesi era improvvisamente lì, sospeso tra i nostri occhi.
Poi si alzò lentamente, venne verso di me e avvicinò il viso al mio.
Mi diede un bacio sulla guancia.
Ma non fu un semplice saluto.
Fu uno di quei baci che ti restano addosso per anni. Leggero, delicato, eppure capace di lasciarmi senza respiro. Sentii il suo profumo, il calore della sua pelle, il battito impazzito del mio cuore.
In quel momento capii che il desiderio che avevo provato per lei durante quei mesi non era più qualcosa che riuscivo a contenere.
Lei sorrise appena, quasi volesse nascondere l’emozione dietro quella sua eleganza naturale che mi aveva stregato fin dal primo giorno sulla neve.
«Non pensavo l’avresti fatto davvero…» mi disse sottovoce.
«Nemmeno io… fino a stamattina.»
Rise piano. Una risata leggera, femminile, capace di sciogliermi tutta la tensione addosso.

La luce del mezzogiorno entrava dalle finestre del comune e accendeva riflessi dorati nei suoi capelli biondi. Aveva un vestito leggero nero che metteva in evidenza le sue forme e quel modo di muoversi lento, elegante, che continuava a farmi perdere completamente la testa.
Parlammo poco all’inizio. Non ce n’era bisogno. Ogni silenzio diceva molto più delle parole. C’erano dentro mesi di attesa, telefonate finite troppo tardi nella notte, messaggi riletti cento volte e quella voglia reciproca cresciuta a distanza.
A un certo punto si alzò di nuovo. Fece lentamente il giro della scrivania senza smettere di guardarmi. Quando arrivò davanti a me, abbastanza vicina da farmi sentire il suo respiro, abbassò appena lo sguardo sulle mie labbra e poi tornò a fissarmi.
«Sei pazzo…» sussurrò.
«Probabilmente sì.»
E stavolta il bacio non finì sulla guancia.
Lei prese la borsa, mi guardò con quel sorriso trattenuto che ormai conoscevo bene e disse soltanto:
«Portami via da qui.»
Uscimmo dal comune quasi senza rendercene conto.
Indossava un cappotto chiaro lasciato appena aperto, sotto il quale si intravedeva un vestito nero morbido, elegante, capace di seguire ogni movimento del suo corpo senza essere mai volgare. Le calze scure slanciavano ancora di più le gambe e i tacchi producevano un rumore lento e deciso sull’asfalto del parcheggio. I capelli biondi le cadevano sulle spalle con quella naturalezza che continuava a farmi perdere lucidità.
Quando salì accanto a me, il suo profumo riempì immediatamente l’abitacolo.
Durante il tragitto nel bosco continuavo a guardarla di sfuggita. Lei se ne accorgeva e sorrideva appena, lasciando crescere quella tensione che ormai era diventata quasi insopportabile.
Ogni tanto sentivo il suo sguardo addosso. Voltavo appena il viso e la trovavo lì, appoggiata al finestrino, con quel mezzo sorriso che sembrava provocarmi senza nemmeno provarci.
Le sue dita sfiorarono lentamente la mia mano appoggiata sul cambio.
Un gesto semplice.
Ma bastò a farmi impazzire.
Continuai a guidare ancora per qualche chilometro, finché vidi una stradina stretta che si infilava nel bosco. Sterzai senza pensarci troppo. La macchina avanzò lentamente tra alberi e ghiaia, sempre più lontano dalla strada principale, fino a quando ci ritrovammo completamente soli, nascosti dal silenzio del bosco.
Quando spensi il motore e ci ritrovammo soli, immersi nel silenzio degli alberi, restammo qualche secondo semplicemente a guardarci.
Poi mi avvicinai lentamente.
Le sfiorai il viso con una mano, facendole scendere delicatamente una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Lei chiuse appena gli occhi, come se aspettasse quel momento da troppo tempo.
Il primo bacio fu lento, quasi trattenuto. Ma bastò pochissimo perché tutta la passione accumulata prendesse il sopravvento.
Le mie mani scivolarono lungo il cappotto fino ai suoi fianchi. Glielo sfilai lentamente dalle spalle senza smettere di baciarla, assaporando ogni istante, ogni respiro spezzato, ogni brivido che sentivo attraversarle il corpo.
Lei mi aiutò appena, senza fretta, continuando a guardarmi con quegli occhi pieni di desiderio e tensione.
Le sfiorai il collo con le labbra mentre le dita scorrevano lungo il tessuto morbido del vestito, seguendo le curve che avevo immaginato per mesi. Ogni gesto sembrava aumentare ancora di più la voglia reciproca.
Fu un gioco lento e inevitabile, fatto di mani che si cercavano, vestiti che cadevano piano, pelle finalmente scoperta dopo troppo tempo passato soltanto a immaginarsi.
Quando il vestito scivolò lentamente sulle sue gambe, non potei che intravedere una lingerie semplice ma incredibilmente seducente.
Indossava un completo nero in pizzo fine, raffinato più che provocante. Il reggiseno valorizzava le forme con delicatezza, lasciando trasparire i suoi capezzoli rosa sotto i ricami floreali, mentre lo slip coordinato seguiva le linee del corpo con eleganza essenziale.
Le calze velate erano tenute da un reggicalze sottile, discreto, quasi nascosto sotto il vestito fino a pochi istanti prima. Un dettaglio che sembrava appartenere a un’altra epoca, capace però di renderla ancora più femminile e irresistibile.
Non c’era nulla di eccessivo nel modo in cui era vestita. Era proprio quella combinazione di classe, sicurezza e sensualità trattenuta a renderla impossibile da dimenticare.
E mentre lei abbassava appena lo sguardo, lasciandosi sfuggire un sorriso timido ma consapevole, io ebbi la sensazione che ogni chilometro percorso per arrivare fino a lei avesse finalmente trovato il suo senso.
Fuori il bosco restava immobile.
Dentro quella macchina invece c’erano solo il calore dei nostri corpi, il rumore dei respiri sempre più corti e la sensazione travolgente di due persone che avevano smesso, finalmente, di trattenersi.
Poi mi voltai verso di lei.
Lei fece lo stesso.
E stavolta non ci fu più nessuna esitazione.
Ci baciammo con tutta la voglia trattenuta per mesi. Un bacio profondo, affamato, di quelli che cancellano immediatamente ogni distanza. Le sue mani salirono sul mio collo, tra i capelli, mentre io la attiravo verso di me sentendo finalmente il calore del suo corpo contro il mio.
Fu travolgente.
Il desiderio che avevamo costruito giorno dopo giorno attraverso messaggi, telefonate e fantasie esplose tutto insieme in quell’istante. Lei si lasciava andare sempre di più, alternando dolcezza e passione in un modo che mi faceva perdere completamente il controllo.
I finestrini iniziarono ad appannarsi mentre fuori il bosco restava silenzioso. Dentro quella macchina invece esistevamo soltanto noi due, il nostro respiro corto, le mani che si cercavano continuamente, la tensione accumulata per troppo tempo.
La stringevo a me sentendo il suo profumo sulla pelle, mentre lei mi guardava con occhi completamente diversi da quelli della donna elegante incontrata mesi prima sulla neve. In quel momento c’era solo desiderio. Puro, incontrollabile, reciproco.
Raggiungemmo insieme quell’istante travolgente in cui il desiderio smette di essere controllo e diventa pura emozione. Il modo in cui i nostri respiri si spezzarono nello stesso momento, il lasciarsi andare senza più trattenersi, fu qualcosa di difficile da spiegare a parole.
E quando tutto rallentò, restammo vicini, ancora senza fiato.
Lei appoggiò lentamente la testa sulla mia spalla, accarezzandomi piano il viso con le dita.
Poi sorrise appena e sussurrò:
«Non avrei mai dovuto salire in macchina con te…»
Io la guardai ridendo piano.
Poi sorrise appena e sussurrò:
«Adesso sei diventato un problema.»
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